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Una possibile rivoluzione nel mondo del calcio italiano si sta profilando all’orizzonte con la bozza del disegno di legge che il Governo è pronto a introdurre. Il provvedimento punta a riformare radicalmente il sistema di gestione e distribuzione dei diritti tv sportivi, superando la Legge Melandri attualmente in vigore. Una proposta che ha subito acceso il confronto tra le istituzioni e la Lega Serie A, preoccupata dalle conseguenze economiche e strategiche di questa transizione.

Addio alla Legge Melandri, cosa cambia

Il cuore della riforma consiste nell’abrogazione della Legge Melandri (in vigore dal 2009), che regola la vendita centralizzata e la ripartizione dei ricavi provenienti dai diritti audiovisivi. Secondo il nuovo testo, sarà riconosciuto agli organizzatori di eventi sportivi – come la Lega Serie A – il diritto esclusivo alla commercializzazione centralizzata dei contenuti sportivi, sia per il mercato nazionale che per quello internazionale.

La vendita potrà avvenire direttamente o tramite licenza a terzi, in modalità flessibile, ma dovrà rispettare i principi di concorrenza, trasparenza e parità di trattamento.

Tra le novità più rilevanti troviamo la possibilità di assegnare i diritti tv in esclusiva a un solo operatore per periodi non superiori a tre anni. Per contratti di durata superiore, invece, sarà necessaria una valutazione preventiva dell’AGCOM, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

Nuovi criteri di ripartizione dei ricavi

Il decreto propone anche una modifica sostanziale alla ripartizione dei proventi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi. Le nuove linee guida prevedono:

  • Una quota prevalente e superiore al 50% da suddividere in parti uguali tra i club;
  • Una parte distribuita in base ai meriti sportivi a partire dalla stagione 1999/2000;
  • Una parte destinata a chi favorisce la formazione e l’utilizzo di giovani italiani.

Attualmente, la distribuzione è regolata così:

  • 50% in parti uguali;
  • 28% in base ai risultati sportivi;
  • 22% legata a parametri di radicamento sociale e audience.

Il nuovo modello punta a semplificare e rendere più meritocratico il sistema, pur mantenendo un fondo dedicato alla “mutualità di sistema”, che garantisce sostegno alle categorie inferiori e ad attività di prevenzione e responsabilità sociale (come il contrasto al gioco d’azzardo).

La reazione della Lega Serie A

La risposta della Lega Serie A non si è fatta attendere. In una nota diffusa al termine dell’ultimo Consiglio di Lega, il presidente Ezio Simonelli ha espresso “stupore” e “contrarietà” per non essere stato coinvolto nel processo di stesura del decreto.

Questa la nota rilasciata dalla Lega di Serie A:

“All’esito del Consiglio di Lega svoltosi oggi, il Presidente Ezio Simonelli, a nome della Lega Serie A, manifesta con fermezza il proprio stupore per aver appreso, solamente tramite gli organi di stampa, di una riforma del sistema di vendita dei diritti audiovisivi che riguarda direttamente le sue associate. Esprime, al tempo stesso, la contrarietà della Serie A ad un disegno di legge predisposto senza che vi sia stata alcuna interlocuzione preventiva con la Lega stessa.

La Lega Serie A evidenzia, soprattutto, la propria netta opposizione a qualsiasi forma di incremento della mutualità esterna che vada a sottrarre ulteriori risorse fondamentali allo sviluppo e alla sostenibilità della Serie A, la quale già peraltro contribuisce al sostegno delle categorie inferiori nella misura del 10% dei diritti audiovisivi.

Infine, la Lega Serie A ribadisce con enorme preoccupazione i dannosi effetti del dilagante fenomeno della pirateria audiovisiva, che continua a penalizzare in modo grave e diretto il valore dell’intero sistema sportivo con perdite stimate in oltre 300 milioni di euro annui. La pirateria uccide il calcio”.

Una riforma ambiziosa ma divisiva

Il Governo punta a modernizzare il calcio italiano, adeguandolo agli standard internazionali, migliorando la redditività del sistema e incentivando l’investimento sui giovani. Tuttavia, la mancanza di dialogo con gli attori principali, in primis la Lega Serie A, rischia di trasformare una riforma potenzialmente virtuosa in un nuovo terreno di scontro istituzionale.

La sfida sarà trovare un equilibrio tra esigenze economiche, meritocrazia e sostenibilità del sistema calcistico, in un momento in cui la competitività della Serie A a livello europeo è già messa alla prova da investimenti esteri e nuovi modelli di business.

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