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L’epilogo di Zenica è stato brutale, ma coerente: 1-1 dopo i supplementari, poi la lotteria dei rigori trasformata in esecuzione. Kean illude, Tabakovic pareggia, Bastoni viene espulso e ai penalty l’Italia crolla con due errori pesanti dagli undici metri. 

È così che finisce. Una speranza, l’ultima a morire. Fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Dodici anni di assenza dal torneo che una volta era casa nostra. Quattro stelle sul petto, zero partecipazioni dal 2014. Non è sfortuna. È il certificato di morte di un sistema che non funziona più.

Non scarichiamo tutto su Gattuso o sui singoli. La Nazionale è solo lo specchio di un mondo sportivo che oltre a perdere consensi si sta facendo surclassare da quelli che, fino a poco tempo fa, chiamavamo “sport minori” (e scusatemi il termine). Il calcio italiano è malato di soldi facili, di miopia gestionale e di un distacco sempre più profondo dalla sua gente. E il primo colpevole è proprio chi dovrebbe curarlo: la FIGC, i club e le leghe.

Chi ci segue sa che trattiamo spesso temi inerenti i diritti televisivi. Ecco… la Serie A incassa cifre da capogiro – oltre un miliardo l’anno tra Sky e DAZN – eppure il prodotto sul campo è sempre più scadente. Quei soldi non finiscono nelle academy, nei vivai o nelle giovanili, ma servono a tappare buchi pesanti nei bilanci. Il risultato? Una Nazionale che, con tutto il rispetto, fatica a trovare 11 titolari di livello internazionale. Il calcio è diventato un prodotto televisivo premium: abbonamenti carissimi, piattaforme frammentate, partite alle 20:45 o alle 12:30, spezzettate su quattro giorni e praticamente senza più contemporaneità. Il calcio non è più quello di una volta, quello con cui siamo cresciuti. Il calcio ora serve per accontentare i palinsesti, i broadcaster. I tifosi? O paghi fino a 60 euro al mese per vedere la partita in streaming, o te la perdi. O entri in uno stadio con prezzi da Premier League, senza averne la qualità, o passi la giornata a fare altro. Il calcio non appartiene più ai tifosi. Appartiene alle pay-tv, ai fondi di investimento americani, ai fondi sovrani del Golfo. È un business, non una passione popolare.

Le società investono in merchandising e naming rights, non nella struttura. Le giovanili? Un optional. Da anni la Serie A è invasa da stranieri di medio livello che occupano posti che una volta erano di talenti italiani. Ci siamo abituati a squadre che non presentano italiani titolari. Il vivaio produce sempre meno, perché costa di più scommettere su un ragazzo di 17 anni che su un 28enne straniero già pronto. I pochi talenti italiani che ci troviamo tra le mani, nel giro di una stagione, li vediamo sparire. Verso destinazioni più importanti, oltre manica o in altri campionati con maggiore esborso economico, per dopo finire in panchina e scomparire dagli schermi. Il tutto per generare plusvalenze. Risultato: una Nazionale senza ricambio generazionale. 

Il problema è culturale prima che economico. Abbiamo accettato che il calcio fosse una merce come un’altra. Abbiamo tollerato scandali, plusvalenze gonfiate, bilanci truccati. Abbiamo applaudito l’arrivo di proprietari stranieri che trattano i club come asset finanziari invece che come patrimoni identitari. E ora paghiamo il conto: una Serie A che in Europa conta sempre meno e una Nazionale che non si qualifica ai Mondiali da un decennio.

Non è solo Zenica. È la somma di anni di scelte sbagliate. Di un sistema che ha preferito l’immediato guadagno alla programmazione. Di una federazione spesso autoreferenziale e di club che vivono al di sopra dei propri mezzi grazie ai diritti tv, ma che crollano appena quelli diminuiscono.

Il calcio italiano deve tornare a essere dei tifosi, altrimenti muore. Serve una rivoluzione. È ora che la FIGC pensi meno alla politica e più al gioco del calcio, altrimenti continueremo a piangere ogni quattro anni, mentre la Bosnia ci umilia ai rigori e ci ricorda che il talento senza sistema vale zero.

Dodici anni senza Mondiale non sono un incidente di percorso. Sono la prova che la situazione è più grave di quanto si pensi. E se non iniziamo subito a cercare qualche rimedio, la prossima eliminazione non sarà più una notizia. Sarà solo l’ennesima conferma che il vero calcio italiano è diventato un ricordo.

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